Il krumping

Il krumping è una forma di danza nata presso la comunità afro-americana del sud di Los Angeles in California e si può definire come una forma relativamente nuova di danza “urbana” nera. Le sue principali caratteristiche sono la libertà dei movimenti, l’espressività e l’energia necessaria, come rappresentazione del proprio io attraverso la danza. Molti dei ballerini sono soliti dipingersi il volto per trasmettere meglio le emozioni.

Krump o krumping è una evoluzione dello stile “clowning” o clown dancing, e manifestazione del movimento black dance. La clown dancing nacque nei primi anni ’90 grazie a Thomas Johnson detto “Tommy the clown”, che era danzatore hip hop, convinto di poter evitare il coinvolgimento e la violenza delle bande sostituendolo con il coinvolgimento nella danza.

L’origine del krump si fa risalire al distaccamento di alcuni hip hop clown dalla “family” originale. Il krump è una rappresentazione catartica della violenza urbana, transcollettiva dal sapore tribale, nata come uno sfogo per l’aggressività e l’ansia, e come una alternativa non violenta alla criminalità di strada diffusa capillarmente nelle zone di provenienza dei suoi interpreti.

Un aiuto alla diffusione di questo tipo di danza è sicuramente dovuto dall’uscita nelle sale di un film dal titolo Rize distribuito dalla Lions Gate Films(2005) e diretto da David LaChapelle, che presenta l’evoluzione delle danze "di strada" dal clowning al krumping.

Questo ha dato al Krumping una inaspettata esposizione mediatica accentuando la sua diffusione tra i ballerini all’interno della comunità hip hop.
C’è un curioso filo rosso che lega questo film all’opera dell’antropologo documentarista francese Jean Rouch e in particolare a “Le maitre fou” : è come se Rize gettasse involontariamente un ponte fra i riti tribali sopravvissuti alla colonizzazione dell’Africa e la loro riconfigurazione postmoderna, a base di replica letterale, parodia, emulazione, copia conforme, variazione sul tema.

E come quelli ripresi da Rouch erano una testimonianza, orgogliosa e disperata al tempo stesso, di una volontà di resistenza rispetto al processo di colonizzazione (non solo dei territori, ma anche degli usi, dei costumi delle abitudini e, infine, dei riti), anche questi “nuovi” balli urbani e tribali al tempo stesso, giunti chissà come a conglomerare una sterminata “tribù” di giovani praticanti, danno voce – e il regista con loro – al desiderio di palingenesi della popolazione black di Los Angeles, alla volontà di lasciarsi definitivamente alle spalle un passato di violenza e sopraffazione, di giogo coatto.